Legal Focus Cafè – Primo appuntamento del 16 aprile 2019

PACE FISCALE 2019: come salvarsi dai problemi Tributari? Conviene fare ricorso?
Profili applicativi e questioni aperte.
Indicazioni ad aziende e privati per non sbagliare

Lo Studio Avvocati Capirossi, in collaborazione con lo Studio Colli 20, presentano il 1° Legal Focus Cafè presso la Sala Conferenze.

Prenotazioni obbligatorie con ticket GRATUITO (si v. qui in basso).

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Pace fiscale 2019: liti pendenti e contributi INPS

Il governo ha emanato il decreto legge n. 119/2018, “Disposizioni urgenti in materia fiscale e finanziaria” (convertito poi in legge n. 136/2018). Si tratta di un testo collegato alla Legge di Bilancio che ha introdotto importanti novità per rispettare i vincoli europei di riduzione del debito pubblico e di miglioramento dell’equilibrio di bilancio. L’Europa non ammette un deficit eccessivo. Pertanto il governo ha deciso di introdurre delle alternative alla risoluzione delle liti pendenti instaurate a seguito dell’impugnazione degli avvisi di accertamento fiscale notificati, per accelerare il recupero dei crediti dei contribuenti.

Al contribuente che ha presentato ricorso viene offerta la possibilità di accedere alla definizione anticipata della controversia tributaria con il pagamento dell’importo ridotto come di seguito specificato:

  • 40% se si vince in primo grado;
  • 15% in caso di vittoria in secondo grado;
  • 5% per chi è in attesa di giudizio finale della Cassazione, dopo aver già vinto in provinciale e regionale;
  • 90% al netto di sanzioni ed interessi per chi ha già presentato ricorso, ma vuole chiudere la lite.

L’importo potrà essere pagato in 5 anni con un massimo di 20 rate trimestrali e la domanda dovrà pervenire entro il 16/5/2019.

Il vantaggio vero e proprio è dato dall’esclusione delle sanzioni e degli interessi, in modo tale che i contribuenti siano tenuti a pagare esclusivamente una percentuale della quota capitale.

L’avviso di accertamento rappresenta uno strumento di esternazione dell’atto sostanziale di accertamento, che consente al procedimento amministrativo di pervenire a giuridica esistenza, in forma di atto amministrativo. Sulla base del diverso imponibile accertato dall’A.d.E., l’INPS potrebbe aver agito per riscuotere l’importo dei contributi previdenziali dovuti e il contribuente potrebbe aver impugnato l’avviso di addebito relativo.

In caso di duplicazione dei giudizi pendenti, presso la Commissione tributaria e il Giudice competente in materia di diritto del lavoro, quest’ultimo procedimento viene sospeso perché la decisione relativa ai tributi rappresenta questione pregiudiziale.

Come si introduce la novità normativa in questo contesto?

Quando il contribuente sceglie di definire le liti ancora pendenti con il pagamento di una somma forfettaria e nei precedenti gradi di giudizio l’accertamento A.d.E. è stato annullato, pur in mancanza di una pronuncia definitiva che abbia valore di giudicato, quali potranno essere le conseguenze per il procedimento sospeso?

L’avviso di addebito INPS di solito richiama l’accertamento realizzato dall’Agenzia delle Entrate e così, in caso di annullamento di quest’ultimo, anche il primo verrà meno e l’INPS non potrà proseguire il giudizio confronti del contribuente senza fornire prova autonoma delle pretese contributive avanzate.

In tal caso si potrebbe parlare di nullità dell’accertamento con estinzione del procedimento sia tributario che civile?

Per cercare una risposta è necessario analizzare quantomeno le soluzioni pratiche emerse rispetto alle precedenti definizioni delle liti pendenti (art. 39, comma 12, d.l. n. 98/2011 e art. 11 d.l. 50/2017). La nuova normativa nulla espressamente dice in proposito.

I giudici di merito hanno assunto posizioni parzialmente contrarie alla posizione assunta dall’INPS che ha sostenuto con fermezza che “in relazione agli accordi di chiusura agevolata delle liti fiscali pendenti, gli stessi non avranno efficacia sulle azioni di recupero promosse dall’Istituto il quale procederà alla riscossione degli importi da versare a titolo di contributi calcolati sull’intero ammontare originariamente accertato” (Circolare n. 140/2016). Tra le tante pronunce contrarie, la sentenza del Tribunale di Ancona 30 ottobre 2013 n. 559 ha affermato che “Per il Giudice la definizione della lite fiscale costituisce un accordo che interviene unicamente sull’entità dell’imposta, senza alcun riconoscimento esplicito da parte del contribuente circa la sussistenza di un maggiore imponibile e ferma restando l’esclusione di qualsiasi valore confessorio dell’adesione al condono fiscale. In altri termini l’adesione all’istituto non comporta in alcun modo acquiescenza all’atto di accertamento, nè può incidere sui contributi previdenziali”. Di conseguenza, la definizione della lite pendente non consente all’INPS di calcolare i contributi dovuti sulla base dei valori reddituali espressi nell’atto impositivo impugnato e oggetto della lite poi definita (Tribunale di Roma, Sez. Lavoro, 27 novembre 2014, n. 11365). Più di recente, una pronuncia della Corte di Appello di Milano, Sez. Lavoro, 12 settembre 2017, n. 1571, ha confermato che “L’accertamento originariamente trasmesso all’INPS non è stato rimosso, ma neppure ne è stata accertata la fondatezza nel merito. L’onere della prova ricade sull’INPS: l’accertamento può essere considerato atto ricognitivo che può servire da elemento di prova in altri processi nei quali rilevi la consistenza del reddito dell’interessato (Cass., Sez. Unite, 18 dicembre 2009 n. 26635)”, infatti la pronuncia di cessazione della materia del contendere nel procedimento in Commissione tributaria non determina giudicato.

Non viene pertanto risolta definitivamente la questione relativa all’onere probatorio che dovrebbe ricadere sull’Istituto, per la sussistenza di una pretesa contributiva a fronte di un accertamento ispettivo compiuto da altro Ente.

Altre pronunce di merito hanno stabilito che la definizione della lite fiscale con la procedura agevolata prevista dall’art. 39, comma 12, d.l. n. 98/2011  produce automaticamente effetti estintivi anche del correlativo debito previdenziale a carico del contribuente, con conseguente illegittimità della richiesta dell’Istituto (Tribunale di Bologna, Sez. lav., sentenza n. 691/2014; Tribunale di Lucca, Sez. lav., sentenza n. 608/2013).

Pertanto, il contributo previdenziale, essendo direttamente vincolato al reddito accertato ne seguirà la sorte, estinguendosi con il “condono” fiscale. Seguendo tale orientamento, per il quale l’avviso di accertamento fiscale cade per effetto della definizione, l’INPS non è più legittimato ad esigere il pagamento dei contributi previdenziali anch’essi estinti. L’effetto principale della sanatoria delle liti fiscali pendenti sarebbe l’estinzione della controversia, compresa la componente previdenziale, che si verificherebbe con l’estinzione del giudizio per cessazione della materia del contendere ex art. 46 d.l.gs. n. 546/1992.

Infine, un orientamento peculiare è dato dalla pronuncia della Corte di Appello di Venezia 30 giugno 2016 per il quale, a colmare la lacuna normativa è necessario applicare l’art. 12 delle Preleggi, che prevede in via residuale l’applicazione dei principi generali dell’ordinamento giuridico quando un dubbio interpretativo non può essere altrimenti risolto. Nel caso di specie il principio generale può essere individuato nella «corrispondenza della base imponibile reddituale contributiva con quella fiscale». La soluzione appare così scontata: in caso di definizione agevolata del contenzioso tributario, deve considerarsi come accertato ai fini previdenziali il maggior reddito, la base imponibile fiscale, per l’appunto, da determinarsi a ritroso in relazione all’importo pagato per la definizione della lite. Non si può ammettere che il contribuente sia chiamato a versare tributi e contributi rispetto a due differenti determinazioni di reddito rispetto allo stesso periodo di imposta. Tale conclusione si colloca in un punto intermedio tra quelle antitetiche sostenute in giudizio dall’INPS, secondo cui l’accertamento originario sopravvive in toto all’estinzione della lite tributaria e dal contribuente, per il quale invece tale accertamento viene meno ai fini contributivi.

In conclusione, il contribuente che scelga di definire eventuali liti pendenti ai sensi del d.l. 119/2018, dovrà confrontarsi con il variegato panorama di soluzioni offerte dai giudici di merito in relazione ai contributi INPS.

Affrontato l’aspetto più pratico, non bisogna dimenticare che la questione presenta anche risvolti penalistici.

Innanzitutto il d.lgs. n. 74/2000, come modificato dal d.lgs. n. 158/2015, prevede all’art. 12 bis la confisca dei beni che costituiscono il profitto o il prezzo del reato, salvo che appartengano a persona estranea all’illecito, ovvero, quando essa non è possibile, la confisca di beni, di cui il reo ha la disponibilità, per un valore corrispondente a tale prezzo o profitto.

La definizione della lite pendente estingue il procedimento. In linea generale quali potrebbero essere le  conseguenze rispetto all’applicazione della misura di sicurezza patrimoniale, in mancanza di accertamento passato in giudicato? La Corte di Cassazione ha recentemente affermato che, con riferimento al secondo comma dell’art. 12 bis, la non operatività della confisca, diretta o per equivalente (per un approfondimento si veda Cass., Sez. Unite n. 13561/2014  che ricostruisce tale distinzione), “si riferisce alle assunzioni di impegno nei termini riconosciuti e ammessi dalla legislazione tributaria di settore, ivi compresi gli accertamenti con adesione, la conciliazione giudiziale, le transazioni fiscali ovvero l’attivazione di procedure di realizzazione automatica o a domanda”. La sentenza della Corte di Cass. pen., Sez. III, 13 luglio 2018, n. 32213 chiarisce che se il presupposto della confisca risiede nel recupero del debito tributario, come accertato dall’A.d.E., una volta estinto quest’ultimo per l’impegno assunto dal contribuente a versare all’erario il residuo, viene meno la funzione del vincolo disposto a carico del profitto o prezzo del reato. Pur sussistendo il principio del “doppio binario” per il quale le determinazioni dell’A.d.E. non sono vincolanti per il giudizio penale; tal principio trova applicazione  in relazione alla sussistenza degli elementi tipici di questo o quell’illecito penale tributario, ma non relativamente alla determinazione del profitto del reato, laddove il creditore, a seguito del pagamento di quanto dovuto, dichiari di non aver più nulla da pretendere dal medesimo.

L’intera questione rileva ai fini della trattazione rispetto agli obblighi previdenziali del contribuente coinvolto nella lite pendente. In particolare, l’art. 3 comma 6 del d.lgs. 8/2016 attuativo della legge n. 67/2014 “Depenalizzazione parziale del reato di omesso versamento delle ritenute previdenziali” opera una distinzione importante:

– omessi versamenti di importo superiore a € 10.000,00 annui, con sanzione penale della reclusione fino a tre anni congiunta alla multa fino a € 1.032,00;

– omessi versamenti di importo non superiore a € 10.000,00 annui, con sanzione amministrativa pecuniaria da €10.000,00 a € 50.000,00 (si veda Circolare INPS n. 121 del 5 luglio 2016).

Inoltre, l’art. 8 del decreto richiamato deroga al principio di irretroattività per cui le disposizioni sostitutive di sanzioni penali con sanzioni amministrative si applicheranno anche alle violazioni commesse prima dell’entrata in vigore della novella normativa.

Per poter escludere le conseguenza penali è necessario trovare una risposta al quesito che è già stato posto in apertura: l’estinzione del procedimento in Commissione tributaria determina estinzione anche del procedimento presso il Giudice competente in ambito previdenziale? In caso di risposta positiva, verranno meno i presupposti per eventuali giudizi penali.

Avv. Massimo Capirossi, Dott.ssa Lorenza Di Martino

Datore di lavoro pubblico e diritti del Docente

Da una pronuncia della Corte d’Appello di Torino del 5.4.2018 che ha visto accolto l’appello della ricorrente e nella quale lo Studio Capirossi si è affiancato ai procuratori nella difesa sostanziale.

“Il Dirigente Scolastico non può provvedere in ordine alle funzioni del Docente se non rispetta l’iter procedimentale per la formazione legittima della sua decisione”

La sentenza in PDF per la Vostra lettura.

“Monferrato Scrive” 2018 – 19/20 Maggio 18

L’associazione culturale no-profit Soul’s House presenta il Libero Festival “Monferrato Scrive in versione “beta” 2018:

Cultura, letteratura e arte nella suggestiva cornice dell’Astesana

19 e 20 maggio, Rocca d’Arazzo (AT) frazione Santa Caterina

Il festival è l’incontro di artisti di caratura locale, nazionale ed internazionale. Poeti, scrittori, musicisti, artisti visual, case editrici, associazioni internazionali si conoscono in un programma libero e destrutturato per favorire scambio, lettura, esposizione, festa e discussione sullo stato delle arti.

Lo Studio Legale & Tributario Capirossi parteciperà alla sezione “Diritti Umani” con gli interventi di altri giuristi amici e consapevoli e con il patrocinio di Amnesty International.

La revoca della revoca…della patente

Il caso.

Il Cliente, che chiameremo Gino, oltre a non ritirare mai gli atti che gli venivano recapitati per raccomandata a/r e oggetto dell’avviso di giacenza del postino, ha commesso in passato diverse infrazioni del Codice della Strada (CdS) fino ad arrivare nel 2014 all’azzeramento dei punti della sua patente e senza venirne a conoscenza. E’ infatti onere del cittadino informarsi periodicamente presso il sito istituzionale appositamente dedicato del livello di punti della sua patente di guida, poiché le informazioni relative comunicate dalla Pubblica Amministrazione non sempre arrivano in modo tempestivo e, comunque, in busta semplice.

In conseguenza dell’azzeramento dei punti, il CdS prevede che la Motorizzazione Civile emetta un provvedimento da notificare al cittadino per informarlo della sua condizione e per dargli termine di 30 giorni per avviare il procedimento di revisione della patente (esame di teoria ed esami medici), avvisandolo che, in mancanza, la sua patente sarà sospesa a tempo indeterminato, mediante un nuovo provvedimento “di sospensione” da notificarsi allo stesso cittadino inottemperante.

Nel 2017 al Sig. Gino viene notificato il provvedimento della Prefettura  – che se non impugnato può divenire definitivo – che revoca la sua patente di guida per 2 anni in conseguenza di un verbale di accertamento di un’ultima infrazione, quando la Prefettura si accorgeva altresì che lo stesso circolava con una patente sospesa a tempo indeterminato dalla Motorizzazione, per i motivi illustrati sopra.

Come si salva il Sig. Gino?

Tralasciando molti dettagli di una vicenda che nel suo atteggiarsi si è presentata più complessa di quanto finora descritto, infatti, conformemente al combinato disposto degli artt. 126-bis e 219, CdS,  chi circola con una patente sospesa a tempo indeterminato è sanzionato con la revoca della patente per un periodo non inferiore ai 2 anni.

Apparentemente non c’era via d’uscita.

Eppure, se si legge bene l’art. 126-bis, il provvedimento definitivo di sospensione della patente deve essere notificato a cura delle Forze di Polizia che provvedono contestualmente al ritiro materiale della patente. E’ uno dei pochi casi in cui la automatica presunzione di conoscenza che deriva dalla giacenza di 30 giorni di un atto spedito mediante a/r non può venire in essere, poiché, a livello generale ed in chiave garantista, un provvedimento sanzionatorio deve essere portato veramente e materialmente a conoscenza del sanzionato. In caso contrario, non avrebbe ragione d’essere e la ratio sanzionatoria non sarebbe soddisfatta.

Il Sig. Gino questa volta si è salvato e potrà tornare a circolare.

Infatti, il Giudice ha disposto con sentenza l’annullamento del provvedimento di revoca proprio per il fatto che quella particolare notificazione non è venuta in essere.


I nostri consigli tratti da questa vicenda:

1 – Non sempre il mancato ritiro di una notifica giova. Quasi mai accade. Se il Sig. Gino avesse avuto conoscenza da subito del primo provvedimento di azzeramento punti, si sarebbe tempestivamente attivato per il rinnovo dei punti stessi.

2 – Ci sono molti modi per notificare un atto. Per questa ragione non si può aprioristicamente ed astrattamente affermare che la notifica sia andata a buon fine o no. Se avete il dubbio, dovete verificare tempestivamente che la Pubblica Amministrazione abbia provveduto a notificare o, comunque, a portare a conoscenza l’atto al  giusto destinatario e nel modo corretto.

Prescrizione o decadenza delle cartelle Equitalia?

***Per chi deve fare la rottamazione***
Ci sono parecchie questioni ancora aperte, come le vecchie rateazioni con le sanzoni al 10% in corso; le tasse dei comuni; gli eventuali ricorsi pendenti da ben valutare.


***Invece in via generale***
Nel Diritto Tributario una cosa importantissima che dovete verificare con noi sono i cd crediti prescritti dello stato. In realtà non si parla di prescrizione (che è una questione civile fra privati e non c’entra nulla con l’Agenzia delle Entrate: qui si parla di decadenza dall’esercizio del pubblico potere; non si può mai interrompere e si realizza dopo 2 o 5 o 6 anni a seconda delle tasse; ma soprattutto dopo la notifica (che deve essere buona e fatta a casa..etc..da verificare bene..) comincia di nuovo a correre un termine di decadenza che non è assolutamente detto sia lunga di 10 anni, come si leggerebbe in certe sentenze: non è una prescrizione!
La vedete voi una decadenza amministrativa presa dal Cod. Civ. e che lo stato, anziché mantenere tempi obbligati e veloci per portare a casa soldi, ometta e se la allunghi a piacimento..? assurdità..

Attenzione!

#prescrizioneodecadenza